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Intervista esclusiva MIAK: La pandemia vissuta fuori dall’Italia

Gli Italiani che vivono all’estero sono tantissimi e sono quindi molti quelli che hanno vissuto questo assurdo periodo lontano dalla loro terra natia e dai loro affetti. C’è chi vive fuori da molto tempo e c’è chi, anche, si è trasferito poco prima che questo coronavirus facesse irruzione nel nostro Paese. È il caso di Italo, giovane Vastese, che dopo essersi laureato e aver cominciato a lavorare a Milano, si è trasferito in Spagna per motivi di lavoro. Questo, poco prima che la sciagura si abbattesse sull’Italia. Essendo un nostro amico, abbiamo deciso di fargli qualche domanda per capire un po’ come sono andate le cose in Spagna e per avere uno sguardo da chi ha vissuto questa tremenda esperienza fuori dal proprio Paese.

Da quanto tempo sei e cosa fai a Barcellona?

Mi sono trasferito a Barcellona a gennaio 2020. La mia azienda mi ha offerto un’opportunità lavorativa qui e sono stato ben felice di accettare. Diciamo che a questo si è unita anche la mia voglia di vivere un’esperienza all’estero.

Personalmente come hai affrontato la tua quarantena? Hai avuto paura per i tuoi parenti? Insomma, come l’hai vissuta? 

Non ho avuto molta paura per i miei parenti perché vivono in una bellissima città come Vasto, nella quale, da quel che ho sentito, non ci sono quasi mai stati problemi di affollamento, violazioni di lockdown o zone rosse. Ho avuto più paura che questa situazione potesse essere difficile da gestire mentalmente per loro. Per una famiglia che ha figli all’estero o fuorisede, non è facile accettare che non potranno tornare per Pasqua e per chissà quanto altro tempo. Personalmente, invece, in quarantena non mi sono mai veramente annoiato, ho avuto sempre molte cose da fare e ne ho scoperte delle altre. Per cui alla fine ne sono uscito bene, nonostante spesso mi ripetessi: «ma è possibile che con il mio trasferimento abbia fatto scoppiare una pandemia? Non è che sono stato io il paziente 0?»

Il virus si è sparso in giro per il mondo in tempi differenti. Mentre noi eravamo in piena emergenza, in Spagna la situazione “sembrava ancora tranquilla”. Cosa si diceva dell’Italia?

A proposito di questa domanda vi racconto un simpatico aneddoto. Durante questi cinque mesi qui, sono ritornato in Italia solamente una volta, per due giorni. Sono partito con l’aereo da qui il giorno venerdì 21 febbraio 2020, data in cui in Italia è stato ufficialmente dichiarato il primo caso di Coronavirus (fortuna eh). Quando sono arrivato a Bergamo, nonostante provenissi da un paese che “teoricamente” non aveva casi di Covid, mi è stata misurata la temperatura.

Dopo due giorni, quando sono tornato a Barcellona, essendo stato anche a Milano, mi aspettavo un controllo ferreo al mio arrivo in aeroporto. Ma nessuno mi ha controllato, anzi ho avuto come la sensazione che nessuno volesse controllarci per non trovare risultati spiacevoli.

Con questo voglio dire che quando il Coronavirus è scoppiato in Italia, la prima reazione qui in Spagna è stata quella di mascherare e coprire tutto, in modo da non dover chiudere. Si guardava all’Italia più come “un problema da isolare e celare” piuttosto che un campanello di allarme.

Come è cambiato il punto di vista verso il nostro paese dopo che la Spagna si è resa conto di trovarsi anch’essa in piena emergenza?

Presto ci si è resi conto che si poteva anche arrivare a livelli peggiori di quelli italiani, in termini di numeri. Il governo spagnolo ha provato a giustificare il tutto dicendo “abbiamo ritardato il lockdown per attrezzarci a dovere con le strutture sanitarie”, ma in realtà credo che abbiano provato fino all’ultimo a rimanere aperti e tenere tutto in segreto. Prima dell’esplodere del virus in Spagna, nei telegiornali si commentavano spesso i numeri italiani. Quando l’emergenza è arrivata anche qui, sembrava come se si fosse impreparati, nonostante comunque tutti fossero al corrente di ciò che stava succedendo in Italia. Credo che sia stato sottovalutato molto il pericolo.

Secondo te hanno saputo sfruttare il fatto che siamo stati i primi in Europa a combattere il virus? Nel senso che siamo stati presi come modello per contrastarlo?

All’inizio, ripeto, l’Italia è stata vista più come un’anomalia, un polverone che per nessuna ragione avrebbe dovuto essere sollevato in Spagna. Ho saputo anche di persone con i tipici sintomi del virus a cui è stato negato il tampone perché “troppo giovani”. Ben presto, però, le cose sono cambiate. Il Governo, infatti, ha iniziato a seguire la linea italiana, in quanto le misure adottate si sono rivelate molto simili. Non ci sono stati obblighi di autocertificazioni e mascherine ma per il resto lo scenario era pressoché identico.

Come è cambiato in questi mesi il modo tuo di lavorare? Hai ripreso a tornare in azienda o sei ancora fermo a casa?

Il modo in cui lavoravo, fortunatamente, non è cambiato per nulla. Anzi, è anche migliorato. Lavoro in un’azienda che vende software, per cui non abbiamo né fabbriche né magazzini da gestire né bisogno di lavorare sul posto. Tutto ciò che facciamo in ufficio può essere fatto allo stesso modo da casa. Quindi ci siamo anche mossi in anticipo rispetto ad altri avendo iniziato il nostro “smart working” tre giorni prima che il governo proclamasse lo stato di lockdown, ovvero l’11 marzo. Adesso questa nuova modalità di lavoro, per noi, è stata estesa fino al 30 di settembre ma in maniera volontaria: chi vuole può prenotare un posto in ufficio e andare (fino a un numero massimo consentito) mentre gli altri rimangono a lavorare da casa. Ad essere sincero speravo che mi dessero la possibilità di tornare in Italia in questo periodo di assestamento per poter lavorare da lì, ma per ora siamo ancora lontani da questa soluzione.

In generale, invece, come è stata la ripartenza in Spagna? Da noi se ne vedono di tutti i colori e sono tanti ancora quelli che girano senza curarsi di utilizzare i DPI o creando molti assembramenti. Inoltre, nel mondo del lavoro sembra che nessuno sia contento di come il governo abbia impostato la ripartenza. Lì da voi? 

La ripartenza in Spagna è stata la cosa più simpatica. Dal 2 maggio sono state create delle fasce orarie: ai giovani, coppie di giovani senza figli e sportivi (runners, surfisti etc.) è stato concesso di uscire dalle 6 alle 10 di mattina, oppure dalle 20 alle 23. Il primo giorno sono uscito alle 9 (saggia idea) e mi sono ritrovato davanti alla “maratona di New York”. Sembrava come un incantesimo in cui tutti fossero obbligati a correre, era come se tutti necessitassero di muovere le gambe velocemente. Molti hanno criticato l’idea di attribuire fasce per i giovani, ma credo che sia stato fatto specialmente per evitare il contatto diretto con i più anziani. Il problema si è creato nel momento in cui si è potuto riniziare ad andare per negozi o per bar a qualsiasi ora, rendendo praticamente inutile questa divisione oraria. Il risultato che si è venuto a creare ha generato una gran confusione, con una normalità che sembrava essere tornata quasi al 100%. Diciamo che il governo non è stato molto chiaro: impongono l’obbligo delle mascherine, ma non tutti le portano; non si può andare in spiaggia, eppure tutti ci siamo riversati lì; si può uscire solo la mattina o la sera per fare sport, ma per andare al bar o per negozi si ha tutto il giorno a disposizione.

Non mi sento di dare giudizi sul governo perché da un lato non sono così informato su tutte le loro manovre, dall’altro sfido chiunque a trovarsi di fronte ad una pandemia nel giro di 10 giorni: non è facile e per ogni scelta presa ci sarà sempre qualcuno che non sarà d’accordo.

La popolazione che si riversa nelle strade di Barcellona subito dopo l'avvio della Fase 2
( La popolazione nelle strade di Barcellona)
Credits: Emilio Morenatti/ AP.
Foto scattata il 02.05.2020.

Risulta da subito evidente come spesso tendiamo a guardare “l’erba del vicino più verde della nostra”. Sicuramente ognuno è libero di farsi la propria idea su come è stata gestita l’emergenza qui in Italia. Ma dobbiamo assolutamente ricordare, ancora una volta, che siamo stati i primi in Europa a combattere questa battaglia, senza riferimenti sui quali avremmo potuto basare le scelte da prendere. Molti paesi, da questo punto di vista, hanno avuto un grande vantaggio avendo potuto osservare quanto stava accadendo da noi. E in alcuni casi, come avete potuto constatare, il vantaggio non è stato sfruttato nel migliore dei modi.

Antonello Aquilano

1 commento su “Intervista esclusiva MIAK: La pandemia vissuta fuori dall’Italia”

  1. Riflessione finale più che condivisibile e grazie a Italo per averci fornito un punto di vista alternativo della situazione. Non sapevo di alcune, perlomeno criticabili, scelte del governo spagnolo lette nell’intervista. Grazie.

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