MUSIC IS A KEY

Mi chiamo George Floyd: non dimenticate il mio nome, non cancellate il mio sangue

Il murales in memoria di George Floyd, assassinato dalla polizia di Minneapolis.

“I can’t breathe. Please, don’t kill me”.

George Floyd ha pronunciato con la voce rotta queste parole prima di morire. Sette minuti senza aria, con il ginocchio di un ASSASSINO IN DIVISA AUTORIZZATO DALLO STATO premuto sul collo. Motivo? Aveva cercato di pagare con un assegno scoperto in un negozio. Un reato, certo. Per cui avrebbe dovuto pagare una volta condannato dalla giustizia e invece no, ha pagato con la pena massima: perdere la vita. Schiacciato a terra, senza aria, totalmente inoffensivo, con il volto sull’asfalto di Minneapolis e pregando di non essere ucciso. L’uomo è solo l’ennesima vittima delle contraddizioni che divorano da sempre l’anima degli Stati Uniti. Hollywood, stars and stripes, i lustrini, il jet set, Madonna e Brad Pitt, il sogno americano fanno da contraltare e spariscono del tutto di fronte a una società razzista e violenta, in cui l’industria delle armi ha portato gli statunitensi ad essere il popolo più armato del mondo (vedi grafico sulle armi pro capite). Questi sono gli USA, questo il risultato di duecentocinquanta anni in cui la loro società ha provato a fare passi avanti senza mai riuscire a dimenticare il proprio oscuro passato. Voglio raccontarvi una vicenda avvenuta ben ventinove anni fa, nel 1991, che oggi torna alla mente in maniera inquietante.

Gli Usa sono il paese al mondo con il più alto numero di armi pro capite

Sapete chi era Rodney King? Rodney King era un tassista e la sua vicenda dovrebbero impararla a memoria TUTTI: siamo nel 1991 (29 ANNI FA!) a Los Angeles, gli viene intimato di fermarsi da una pattuglia a causa dell’eccessiva velocità, ma preso dal panico dovuto al timore di perdere la licenza egli fugge e dà vita a un inseguimento concluso dopo ben 13 kilometri. Il giovane (all’epoca appena ventiseienne) si consegna agli agenti sorridendo e salutando l’elicottero della polizia. Gli autoironici e assolutamente non permalosi poliziotti decidono che no, un sorriso è troppo, e danno vita a un pestaggio allucinante su King (video originale dell’aggressione in coda al paragrafo). Caso volle che passasse di lì il videoamatore George Holliday, che riprese la scena: in pochi minuti è tutto sui network nazionali. Dopo qualche mese i poliziotti vengono assolti dal reato e a Los Angeles scoppia il finimondo, sei giorni interi di guerriglia urbana, incendi, saccheggi, scontri e disordini, la polizia del Los Angeles Police Departement viene completamente sbaragliata e deve intervenire addirittura la guardia nazionale in assetto da guerra. Bilancio finale: SESSANTATRE’ MORTI, DUEMILA FERITI, DODICIMILA ARRESTI. E cosa sta succedendo a Minneapolis e in tante città degli Stati Uniti in questo momento? Cosa ha scatenato il vergognoso omicidio di George? Le stesse reazioni. Un povero idiota come Chauvin (questo il cognome del cretino, non lo chiamo nemmeno agente o poliziotto, autore dell’omicidio) sta arrecando un danno enorme alla stabilità sociale di Minneapolis e tutto questo PER UN ASSEGNO SCOPERTO.

L’assurdo pestaggio di Rodney King, che diede origine alla rivolta di Los Angeles del 1991

Sarebbe stupido pensare però che queste cose accadano solo oltreoceano. Accadono quotidianamente anche qui nel Belpaese, quello dei santi e dei navigatori. E del G8 di Genova. La più grave violazione della democrazia della storia della Repubblica Italiana. O degli omicidi di Stefano Cucchi, di Federico Aldrovandi, di Gabriele Sandri, di Giuseppe Uva, di Aldo Bianzino, di Niki Gatti, di Stefano Brunetti, di Serena Mollicone. Dobbiamo andare avanti? Fa semplicemente ridere la dicitura “morto per cause naturali” che viene attribuita a tante di queste vittime. Capite? morte naturale. Una persona viene condotta in caserma sana e casualmente dopo 48 ore muore per cause naturali in una cella d’isolamento. Forse mi sono perso questo aggiornamento, ma non sapevo che essere pestati, elettrificati col taser, soffocati con i sacchetti di plastica, manganellati e tante altre pratiche barbare, potesse essere considerata MORTE NATURALE.

Tutti i casi di cui abbiamo parlato, pur avendo origini diverse e motivazioni diverse hanno un comune denominatore: l’abuso di potere. Non solo quello di chi veste la divisa, ma di tutto il complesso meccanismo che c’è dietro. Ritenete davvero plausibile che quattro semplici poliziotti potessero fare ciò che hanno fatto a Stefano Cucchi senza la connivenza dei superiori? Non prendetemi in giro, non ci credete nemmeno voi. Voglio riflettere. Voglio provare a comprendere. Esiste una soluzione all’abuso di potere? Esiste un modo per isolare le parti corrotte presenti nelle forze dell’ordine? Esiste un qualcosa per salvaguardare anche il buon nome delle stesse ed impedire che gente come Chauvin lo infanghi? Attendo la vostra risposta.

Vorrei discutere poi con voi della reazione che la popolazione sta avendo. Tornando alla nostra analisi della società USA, ci sono stati dei passi avanti epocali con l’utilizzo delle “buone maniere”? La risposta è tristemente, come avrete intuito, no. Il tarlo del razzismo ha solo cambiato volto ed è diventato più subdolo. Scene come quelle di cui fu protagonista Rosa Parks non si vedono per fortuna (quasi) più, ma la comunità afroamericana continua a vivere nella paura. Riuscite sinceramente a biasimare chi sta distruggendo tutto? Io no. Lo prendo come il grido di rabbia di una popolazione da sempre perseguitata, da sempre osteggiata, da sempre messa da parte. Corrisponde a un urlo di disperazione, e per quanto i metodi siano certamente non ortodossi o educati, quando la furia si accumula per anni e anni e anni infine questo accade.

Affido la chiusura del mio articolo alle parole di uno dei più grandi uomini mai nati negli Stati Uniti, un gigante in tutti i sensi: il cestista Kareem Abdul-Jabbar, anima della comunità afroamericana negli Usa nonché attivista premiato con la massima onoreficenza statunitense, la Presidential Medal of Freedom.

Barack Obama premia Jabbar con la Presidential Medal of Freedom

«Si è riaperta la stagione di caccia al nero, ma la comunità afroamericana è al limite perché per troppi anni è come se avesse vissuto dentro a edifici in fiamme. Forse la principale preoccupazione della gente di colore in questo momento non è se i manifestanti stanno a tre o sei piedi di distanza, o se alcune anime disperate rubano delle magliette o incendiano un commissariato, ma che i loro, figli, mariti, mogli, fratelli e padri rischiano di essere assassinati dalla polizia solo per essere andati a fare una passeggiata o per essersi messi alla guida. E si chiedono se essere nero significhi rifugiarsi in casa per il resto della vita perché il virus del razzismo che infetta questo paese è più mortale del Covid-19.»

Ci serve davvero altro dopo le parole di Jabbar, per comprendere il motivo dei disordini?

Umberto Maria Porreca

1 commento su “Mi chiamo George Floyd: non dimenticate il mio nome, non cancellate il mio sangue”

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