MUSIC IS A KEY

Quattro mesi senza Kobe

26 gennaio 2020. Domenica. Come tutte le domeniche mi trovo in redazione, a caccia di notizie, di risultati, di tabellini e di statistiche. Occupo così tutti i miei weekend dal 13 ottobre 2018: lo sport è grandissima parte della mia vita, ogni giorno, da vent’anni. E ci sono icone che questo sport lo hanno portato dentro le nostre vite. Perché si, bisogna dirlo: senza ambasciatori non ameremmo la NBA, non ameremmo il calcio o qualunque altra disciplina ci appassioni.

I personaggi fanno il successo di uno sport.

Gli antichi romani potevano decidere della vita e della morte di un gladiatore, e spesso quando questi aveva fornito una prestazione entusiasmante nell’arena l’esito era positivo. Anche i romani amavano i personaggi dei loro sport.

La mia passione per la NBA ha radici non antiche, ma recenti. Sono circa 8 anni che ho iniziato a seguire assiduamente questo mondo incredibile. Prima lo conoscevo praticamente solo per cinque personaggi: Michael Jordan, Kobe Bryant, LeBron James, Tim Duncan e Shaquille O’Neal. Ecco, uno di questi cinque quel 26 gennaio è uscito di scena in maniera tragica. In una maniera che non si era mai vista, e la risonanza non è mai ovviamente stata così forte.

Bryant, il figlio della City of Angels, di Hollywood, della rivalità-amicizia con Shaq. A lui, come ho sempre detto, preferivo come giocatore e come personaggio il modestissimo e sostanzialmente mite Tim Duncan.

Le sfide tra Lakers e Spurs hanno fatto la storia degli anni 2000, tanto che dal 1999 al 2010 queste due formazioni hanno vinto TUTTI I TITOLI NBA tranne tre (anni in cui hanno trionfato i Detroit Pistons, i Boston Celtics e i Miami Heat). Significa praticamente duopolizzare uno sport che è per propria struttura creato per evitare domini troppo lunghi.

I due erano praticamente il nord e il sud, erano i perfetti rappresentanti di due modi di vivere, interpretare lo sport e vincere: Bryant era un fuoco, un giocatore agonisticamente perfido, con sè stesso, con i suoi compagni e con gli avversari, un cannibale dalla fame insaziabile e dalla dedizione ai limiti del patologico. Duncan era l’opposto: misurato, mai una parola sopra le righe, zero polemiche, zero frasi di troppo. E quando un rivale così importante va via non resta che dedicare un pensiero a cosa rappresenta la morte nella società moderna.

Arnold Van Gennep, etnologo di fama mondiale, coniò la meravigliosa espressione “rito di passaggio” nel lontano 1909. Indica tutte quelle situazioni che provocano un cambiamento immediato nella persona, in chi la circonda e nelle circostanze che le coinvolgono. La morte è a tutti gli effetti un rito di passaggio. Ciò che resta di noi è qualcosa di etereo: si chiama ricordo. Non lo si tocca, non lo si assapora e non lo si odora. Ma esiste, è forte dentro di noi, è la più grande eredità che un trapassato può lasciare a questo mondo. E ci ricolleghiamo al buon Kobe, e al suo ricordo lasciato in questo mondo. L’alley oop per la schiacciata di Shaq a chiudere una assurda rimonta ai danni di Portland, i titoli del 2008/09 e 2009/10 vinti finalmente da prima stella, la rottura del tendine d’achille e i tiri liberi segnati senza una gamba prima di uscire dal campo, i 60 punti all’ultimo match contro Utah. Tutto questo, e molto di più, è il regalo che Bryant ha fatto a tutti gli appassionati di sport, non solo di NBA. Certo, potete dirmi “non è vero, perché c’erano anche prima della sua dipartita queste cose”, ma sapete di mentire a voi stessi.

Ci si accorge di cosa si perde solo quando la si perde.

Ma il ricordo non può essere solo per una persona, per quanto sia essa famosa e amata dal mondo sportivo: nello stesso incidente sono venuti a mancare John e Keri Altobelli, Christina Mauser, Sarah Chester e Ara Zobayan. Ci sono altre due vittime, di cui fa male il cuore scrivere, e sono Alyssa Altobelli e Gianna Maria Bryant. 13 anni. Ecco, il loro ricordo è quello che farà più male ai familiari perché non avevano vissuto sostanzialmente ancora nulla della propria vita. Le parole quando si parla di tragedie simili vanno di getto, e senza dilungarmi chiudo l’articolo con una frase: conservate il ricordo delle persone perdute, esse continueranno a vivere sempre in un mondo dove nessuno potrà portarle ancora via, la nostra mente.

Umberto Maria Porreca