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La lettera di Momo, perseguitato in Iran

Momo, cittadino iraniano perseguitato nel suo paese. che ha fatto richiesta protezione internazionale al nostro paese

Questo è quanto riporta Amnesty International nel rapporto annuale 2017-2018 sulla situazione in Iran:

« Le autorità hanno fortemente limitato i diritti alla libertà d’espressione, associazione, riunione pacifica, così come la libertà di culto e religione e hanno incarcerato decine di persone che avevano espresso apertamente il loro dissenso. I tribunali hanno celebrato processi sistematicamente iniqui. Tortura e altri maltrattamenti sono rimasti prassi comune e diffusa e sono stati commessi nell’impuni­tà. Sono state applicate condanne alla fustigazione, all’amputazione e altre pene crudeli. Le autorità hanno anche avallato forme pervasive di violenza e discriminazione per motivi di genere, opinioni politiche, credo religioso, etnia, disabilità, orientamento sessuale e identità di genere. Sono state effettuate centinaia di esecuzioni, anche pubbliche… » (clicca qui per approfondimenti).

In questi giorni ci è pervenuta la lettera che Momo (nome di fantasia), cittadino Iraniano di origine Turkmena, ha scritto alle autorità Italiane per l’ottenimento del permesso di soggiorno in Italia. Questa lettera ci ha particolarmente colpiti pertanto abbiamo ritenuto giusto condividerla con voi. Di seguito vi alleghiamo sia i file ricevuti e sia una versione per favorire la vostra lettura.

Nella nostra versione abbiamo sostituito i nomi, anni e luoghi originalmente contenuti, con altri di fantasia (che troverete di colore rosso).

Mi chiamo Momo: sono nato a Bandar-Torkaman il 05/06/1362 (Ndr: la data di nascita fa riferimento al calendario islamico). La situazione in cui nacqui era molto particolare: vi era molto astio nei confronti della gente della mia etnia, quella Turkmena (nata dall’immigrazione in Iran dei Turkmeni perseguitati religiosamente dall’URSS). Questo mi portò a vivere molte situazioni di razzismo e di disuguaglianza sin da quando ero bambino.

Qualche anno prima che nascessi, nel 1357, vi fu la guerra civile Turkmena in Iran, che portò i Turkmeni (di religione sunnita) a combattere contro la nascente Repubblica Religiosa Islamica Iraniana: i perseguitati religiosamente decisero di ribellarsi al governo facendo manifestazioni. La guerra durò un anno circa e durante essa morirono tanti Turkmeni innocenti. Dato che il governo si era instaurato da poco doveva mostrare la sua ferocia ed egemonia, e qual miglior modo, se non quello di sottomettere gente ed etnie di ideologie o culture opposte?

Sentire le storie di quel periodo (raccontatemi da mia madre e dai miei parenti) crearono in me, sin da quando ero bambino, tristezza e rabbia nei confronti dello Stato e del governo che si era instaurato. Tra gli accaduti che mi raccontarono c’era la morte del mio compianto cugino Ocak, impiccato pubblicamente dal governo, le violenze e ingiustizie che ogni giorno venivano commesse nei confronti dei cittadini di etnia Turkmena, etc.

La mia città si può dire che era il capoluogo di questa etnia, o comunque uno dei luoghi in Iran con più Turkmeni: proprio nella mia città avvennero le peggiori violenze ed ingiustizie. Vennero addirittura incendiati pubblicamente i libri di Makhtum Ghouli Faraghi, sommo poeta Turkmeno, ed ogni cosa che rappresentasse la nostra cultura. Mio padre, Begench, venne picchiato, mentre scappava di casa, fino a fargli perdere l’uso delle gambe (attualmente venuto a mancare). Mia madre con i miei fratelli, per fortuna, erano scappati tre giorni prima dallo zio di mio padre, a Ekerem, vicino al Mar Caspio e così trovarono salvezza. Ma non fu l’unica violenza inferta alla mia famiglia: vi fu anche la confisca dei terreni e delle case della nostra famiglia, ereditate da mio nonno materno (ricco proprietario terriero ai tempi dello Shah) da parte del “Bonia Halavi” e la confisca di casa nostra, divenuta/trasformata nella base generale cittadina dei “Sepa-e-Basij“. Vi fu anche la condanna a morte, emessa dal governo, dei miei due zii (fratelli di mia madre) Keimir e Murat, fuggiti entrambi in Germania e la fuga del cugino di mia madre, Yaran, senatore del parlamento dello Shah; egli rimase in fuga finchè dopo otto anni, caddero le accuse su di lui.

La vita quindi per un Turkmeno, in quegli anni, non era facile. Per questi fatti sin da piccolo, crebbi in un ambiente ostile e razzista che mi portò spesso e volentieri a pensare di essere inferiore agli altri bambini. Cresciuto, decisi di non sottomettermi a questo sistema: il primo ricordo che ho, è di quando andavo al liceo; il professore di religione offese i Turkmeni e io risposi ad egli. Mi sospesero per due settimane: durante questo periodo, più e più volte, venni portato da Behrouz Mokri dell’Ufficio degli Affari Civili, appartenente ai Sepah, che mi minacciò di finire in carcere per aver risposto al professore in quel modo.

Durante la mia adolescenza venni anche incarcerato due volte: la prima per aver indossato una maglia rossa (per il governo ricordava il comunismo e quindi per questo mi trattennero in carcere per un giorno), la seconda perchè indossavo una maglia dei Metallica; per quest’ultimo motivo venni punito con ottanta frustate alla schiena (anche perchè era la seconda volta in cui venivo trattenuto per gli indumenti che indossavo). Decisi di non andare all’università, poichè sarei dovuto andare a vivere in un’altra città, e quindi temevo mi potessero capitare problemi maggiori (la mia città era ad ogni modo ancora il luogo con più persone di nazionalità Turkmena).

Iniziai così a lavorare nel negozio di famiglia. Nel 1388 venni arrestato nuovamente poichè parlai contro il governo di AhmadiNejad, durante il periodo di elezioni, a dei clienti in negozio. La mattina dopo mentre andavo in negozio venni preso e portato dai “Nirou Amniati” nella loro caserma: lì, il poliziotto che mi interrogò sapeva tutti i “reati” da me commessi, addirittura le punizioni che ricevetti a scuola. Ad ogni modo, per fortuna, a parte farmi delle domande e discorsi intimidatori ai quali risposi con falsità e chiedendo scusa, non mi fecero altro.

Alla chiusura del negozio solitamente mi sedevo con i miei amici , Hanzal e Soltan e discutevamo, leggevamo libri e cantavamo canzoni Turkmene. Una sera, uscito dal negozio, venni chiamato da della gente in macchina; le persone all’interno appartenevano al governo (erano Basij) che mi portarono in giro e nel mentre mi chiesero di collaborare con loro per dargli informazioni sui Turkmeni che conoscevo. Io risposi più e più volte che non sapevo niente, che non conoscevo niente di interessante (il che era vero) e che non sapevo come avrei potuto aiutarli. Loro mi intimidirono e mi minacciarono tutto il tempo, mettendo in mezzo i miei fratelli, sorelle e nipoti; capendo che dicevo il vero o per rassegnazione, ad ogni modo, mi lasciarono.

In tutti i casi, il motivo per cui ora richiedo l’asilo politico è la denuncia che ho ricevuto. Il motivo è il seguente e avvenne due giorni prima di “Eyde Norouz”, il capodanno iraniano: ero con mio nipote, Dzhavdet, a fare la spesa presso un supermercato in “Falakeh Yapud” quando arrivarono due agenti della “Komitè”; essi erano venuti a prendere i soldi nel salvadanaio della beneficienza. Alla domanda, da parte di mio nipote, su dove andassero quei soldi e a quale ente di beneficienza sarebbero stati portati, gli risposi che molto probabilmente se li sarebbe mangiati il governo stesso, dal momento che che non si erano mai viste opere di beneficienza in Iran. Uno di loro mi sentì e disse “Turkmeni asini, tornatevene nella vostra terra!”. Ciò mi fece adirare e ruppi il “Mohre Namaz” (un libro su cui gli sciiti appoggiano la testa quando pregano) presente nel negozio. Lo stesso ad aver detto così mi si avventò contro e lo spinsi, e poi scappai, con lo stesso taxi con cui ero andato lì (testimone insieme a mio nipote, il commesso/proprietario del negozio, lì presenti).

Non mi accadde niente per fortuna, e destino volle che prima di quell’ accaduto avessi fatto richiesta per il visto turistico all’ambasciata Italiana a Teheran. Ero già stato in passato in Italia, presso l’abitazione di mia sorella a Mantova. Poi, con il mandato di arresto pendente, mia madre insistette perchè io rimanessi qui. Aspettai comunque un pò di mesi, nella speranza che venisse annullato. Purtroppo ad oggi ciò non è ancora accaduto. Il motivo del mandato di arresto è di “reato religioso” ossia il fatto che abbia rotto il “Mohre Namaz”. Ora sono in Italia da quasi tre anni e mi piace molto come paese: mi mancherà sempre la mia terra natia ma lì non sono mai stato accettato a differenza di qui. Per questo richiedo l’asilo politico. l’Iran un tempo era democratico, ma il regime di stampo religioso e dittatoriale che si è instaurato ha rovinato il mio paese natio. Per questo chiedo all’Italia di “adottarmi”: perchè in Italia a differenza dell’Iran, c’è uguaglianza e rispetto per il diverso e per le altre culture.

Firmato: MOMO

Redazione Miak

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