MUSIC IS A KEY

Lo sport si arrende: chiuso per virus!

Vi siete mai chiesti il perché lo sport rappresenti la più irresistibile forza aggregante dell’Universo? Perché la sua gravità risulti così indomabile, e chiunque prima o poi finisca per appassionarsi, risucchiata dal vortex implacabile di emozioni e personaggi?

Se non lo avete fatto, vi accompagno in un viaggio fatto di riflessioni e di cosa significhi, al momento, vivere senza questa incredibile potenza attrattiva, caduta vittima del Coronavirus.

La cronistoria la conosciamo tutti: uno ad uno tutti i grandi eventi agonistici mondiali, ma anche il semplice calcetto settimanale, sono finiti nella falce spietata del Covid-19 che in poche settimane ha deflagrato nelle nostre vite, proiettandoci in una situazione ai confini della realtà.

In primis c’è da porre sotto la lente di ingradimento il perché lo sport sia così influente nelle nostre vite: scandisce la nostra routine vitale. Qualunque cosa accada, sia nel mondo che a noi personalmente, il calendario resta li, immutato e solenne, ad aspettarci il giorno della gara (o partita, o come preferite chiamarla). Non ci si rende conto immediatemente della potenza evocativa e di quanto sia impattante ciò nelle nostre vite.

L’amore per lo sport è un atto materno.

È l’affezione inconscia e perché no anche immotivata a qualcosa di molto distante da noi ma che ci tira dalla sua parte. Il perché dovrebbe essere chiaro: l’essere umano è per propria natura campanilista e fazioso, sente nell’anima il bisogno di schierarsi e ritrovarsi con altre persone a credere in qualcosa contro qualcun’altro che fa lo stesso con il proprio schieramento.

Nascono così le guerre, nascono così gli sport.

Il virus ci ha privato di tutto questo. Ha sospeso le fazioni, ha annullato le distanze, ha cancellato le rivalità, ha infine bucato il pallone.

Ora, mentre migliaia di persone soffrono, lo sport perde di importanza e non conta minimamente quando o se si riprenderà questo o quel campionato. Tuttavia, in questo periodo così povero di cose da fare e con così tanto tempo per pensare, scendere nella nostra mente e cercare di comprenderne i meccanismi di funzionamento è più che lecito e risulta un esercizio utile.

Siamo stati privati dei nostri moderni gladiatori.

Giovenale tirò fuori la geniale locuzione “panem et circenses” per definire l’atto dei politici dell’antica Roma di distrarre il popolo con i giochi gladiatori (circenses) e con il regalo di cibo (panem) rendendoli poco influenti nella vita delle alte sfere.

Probabilmente anche oggi è così, ma la riuscita di questa distrazione è tutto fuorché certa: oggi le competizioni sportive e la pratica sportiva servono alla popolazione per fuggire dai problemi quotidiani, per trovare quattro quarti di pace o 3 set di serenità o 90 minuti senza pensieri.

Ecco, abbiamo dato risposta alla domanda iniziale. Perché la forza di gravità esercitata nelle nostre vite è così forte? Perché siamo e viviamo in cerca di qualcosa per allontanarci temporaneamente dal trend quotidiano. Lo sport è la nostra via di fuga. Per questo praticarlo o seguirlo da appassionati in questo momento ci manca così tanto: vorremmo una distrazione di qualche ora dalle tristi notizie che si susseguono giorno dopo giorno, settimana dopo settimana.

L’unico sport che sta cercando di ripartire con tutte le sue forze, a livello mondiale, è il calcio. Una curiosa “forzatura” rispetto alle scelte operate da altre discipline che hanno invece chiuso bottega fino all’inizio della prossima stagione. La risposta a questa ricerca assidua di un punto dove tornare in campo è una e una sola: questo sport, che è (per numeri fattuali, non per opinione personale) il più amato del mondo, porta al suo seguito una incredibile quantità di stakeholders, cioè di persone che per un motivo o per l’altro provano interesse verso questa pratica sportiva. Si tratta di una infinita mole di persone, da chi trae un interesse economico a chi è semplicemente appassionato.

La prima motivazione a questa insistita voglia di tornare in campo è quella basica e che state immaginando: i soldi. Attenendoci alla sola Italia ogni anno l’industria del pallone nel suo complesso genera 4.7 miliardi di euro, di cui ben 1.5 miliardi di euro vanno direttamente nelle casse dello stato in quanto tasse. Tali pazzesche cifre fanno di questo sport la terza industria italiana. Molto semplicemente, è il motivo principale per cui gli sforzi si stanno concentrando fortemente sul far tornare a rotolare il pallone. L’errore compiuto da tante persone è quello di ritenere questo gioco come formato da soli calciatori miliardari. Non è assolutamente così. Chi sconta questa crisi sulla propria pelle non è il Cristiano Ronaldo di turno, sono i lavoratori normali impiegati dalle società. I magazzinieri, i cuochi, la sicurezza, gli addetti tv, i fonici, gli esperti di logistica e tutte quelle persone che prendono uno stipendio normale dal loro lavoro.

Quando tutto questo finirà torneremo ad amare le nostre passioni con un pizzico di affetto in più, senza darle per scontate. Ci sta facendo male, ci sta facendo soffrire, ci sta ferendo, ma ci sta aiutando a comprendere quanto la nostra quotidianità sia inscindibile da noi. Quanto ciò che abbiamo e da cui siamo forzatamente separati sia prezioso. Torneremo ad assaporare a pieni polmoni tutto, dopo la sconfitta del bastardo.

Umberto Maria Porreca

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