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La scienza, una luce nel buio troppo spesso trascurata

Il presidente Giuseppe Conte

Il Presidente del Consiglio, di comune accordo con le massime autorità sanitarie del paese, ha posto pesanti restrizioni alla normale vita di tutti i giorni per un motivo molto serio: fronteggiare l’emergenza COVID-19. Molti si domandano se le misure prese siano arrivate tardi, altri affermano che siano state troppo graduali, altri ancora pensano che ci sarebbero volute misure più stringenti. Come ha detto il Presidente Giuseppe Conte: «Sarà la storia a dire se siamo stati all’altezza».

Proviamo a fare un salto indietro nel tempo

Torniamo al momento in cui è stato individuato il (presunto) paziente uno a Codogno. In questo istante non conosciamo quasi nulla sul conto di questo coronavirus. Si parla di qualcosa di simile all’influenza, la Cina fornisce pochi dati e informazioni frammentarie, il mondo della medicina non sa bene cosa si trovi davanti.

In pochi giorni aumentano vertiginosamente i casi nel Nord Italia. Il mondo ci guarda con sospetto, i turisti annullano le prenotazioni di alberghi e voli. Bisogna restituire un po’ di tranquillità: parte lo slogan “#Milanononsiferma”, la politica è compatta nel rassicurare che non c’è motivo per allarmarsi. Da quel momento in poi la situazione precipita vertiginosamente e il contagio si espande a macchia d’olio in tutto il Nord. Bisogna evitare che dilaghi in tutta Italia. È il momento di fare qualcosa.

Ma come si fa a prendere la giusta decisione in una situazione che nessuno ha mai vissuto prima d’ora?

Ovviamente non resta che affidarsi agli esperti e agli scienziati. Sulla base delle loro indicazioni il governo si muove di conseguenza e il presidente firma i decreti che tanto abbiamo imparato a conoscere.

In questo momento ci stiamo rendendo conto di quanto sia importante la sanità pubblica, di quanto stiano pesando le politiche di risparmio sul settore. Lo stato si ritrova costretto a richiamare i medici in pensione, ad assumere velocemente i neolaureati e altro personale sanitario, si fanno salti mortali per reperire mascherine e strumentazioni mediche, ci si rivolge ai ricercatori nella speranza di trovare la cura o il vaccino velocemente.

Ora, siamo tutti d’accordo sul fatto che ci troviamo in una situazione senza precedenti, ma io non posso fare a meno di continuare a pormi questa domanda:

Perchè ci ricordiamo della scienza solo durante le emergenze? Perchè ogni volta a fine emergenza dimentichiamo completamente quanto passato?

È la domanda che mi ha tormentato durante i terremoti del 2009, del 2012 e del 2016, episodi che mi hanno segnato in maniera particolare. Da qualche anno mi pongo ormai quotidianamente questa domanda e in questo periodo è tornata più che mai di attualità.

Era il 16 Marzo quando stavo scrivendo questo articolo. È rimasto una bozza per più di un mese e oggi,1 Maggio, l’ho ripreso perchè Lunedì deve essere pubblicato. L’intento era quello di aggiornarlo perchè in un mese le cose sono cambiate e siamo proiettati verso l’uscita dal lockdown. Inizio a rileggerlo e…

Incredibile! Pensavo fosse diventato obsoleto, invece è ancora più attuale di prima!

In questi giorni sto vedendo e sentendo cose assurde: politici che fomentano il “tana libera tutti”, “scendere a protestare in piazza”, regioni che scavalcano il governo e comuni che contrastano le regioni, non si capisce più niente. Le persone sono esasperate, hanno bisogno di tornare a lavorare, molti non hanno ricevuto i sostegni economici promessi. Di fronte a questioni molto complicate qualcuno pensa bene di dare risposte semplici: «Riapriamo tutto, è il popolo che lo vuole!». Non ho sentito riferimenti a come ripartire in sicurezza, come individuare i contagiati, come isolarli. La stiamo buttando in caciara come al solito, facendo il tifo per una o per l’altra fazione. Nelle prossime settimane la curva dei contagi e dei decessi purtroppò risalirà sicuramente. Dovremo essere in grado di contenerla adeguatamente. Una cosa è certa: dovremo convivere con il virus per un bel po’. Non possiamo rimanere fermi ma non possiamo nemmeno ripartire senza un piano adeguato.

Ho pensato: «Non ci credo, sta succedendo di nuovo? Stiamo già iniziando a dimenticare?»

A questo punto l’intreccio con quello che sta succedendo in questo momento finisce. Ora possiamo tornare all’articolo così come era stato concepito. Possiamo tornare alla domanda chiave di questo articolo. Magari può darci anche un punto di vista per leggere ciò che sta accadendo (e che accadrà) in questi primi giorni di Maggio:

Perchè ci ricordiamo della scienza solo durante le emergenze?

Perchè la scienza è così poco considerata durante i periodi di calma? Ho provato a rispondermi e penso che per una buona parte ciò sia dovuto al fatto che vogliamo delle risposte veloci, vogliamo tutto e subito, vogliamo vedere i risultati nel breve termine perchè il futuro è lontano. Questo è proprio l’opposto di ciò che fa la scienza, che ha bisogno di tempo per sperimentare, più e più volte al fine di avere risultati attendibili.

Per questo motivo i politici stessi non hanno nessuno stimolo a guardare al futuro, a fare progetti a lungo termine, loro hanno bisogno di essere rieletti alla scadenza del quinto anno, quando ci arrivano.

Un’altra idea che mi sono fatto è che purtroppo per gli esperti è molto complicato trasmettere al cittadino e in particolar modo al politico, l’importanza di compiere una determinata azione soprattutto quando si va a parlare di soldi e di tempo. Quindi in generale risulta difficile far capire quanto sia importante il contributo della scienza, ad esempio, nella progettazione e nello sviluppo del territorio. Sarebbe già molto se si riuscisse a capire che la scienza non dà risposte esatte ma pone dei paletti, segna un percorso dal quale non uscire.

Una fiaccola che fa luce nel buio.

Prendere decisioni senza l’ausilio della scienza è esattamente come camminare nel buio.

Non possiamo più considerare gli scienziati come strumenti da utilizzare solo nel momento del bisogno: essi devono essere la guida per prendere le decisioni con cognizione di causa.

Che sia l’esperienza del coronavirus un grande spunto di riflessione sull’importanza del mondo della ricerca, dell’istruzione, della sanità pubblica e di tutte quelle categorie di professionisti che vengono messe da parte, in favore di un mondo di risposte veloci ma sbagliate a domande che non hanno risposta.

Antonello Aquilano

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